Intime, vulnerabili, fragili ma estremamente audaci: gli scatti della fotografa padovana Giulia Agostini rappresentano i frammenti di uno spazio etereo ma umano, leggero ma ricco di significato, sincero ma coraggiosamente schietto. La sua fotografia riesce ad immortalare uno sguardo femminile, combinando corpi e paesaggi, colori ed emozioni, momenti intimi e motivi universali. In questo dialogo, abbiamo modo di esplorare più a fondo le ispirazioni ed i temi della sua fotografia.
Come è iniziata la tua ricerca in veste di fotografa?
È iniziata un po’ per caso, ho iniziato a fare foto con una compatta digi- tale che mi era stata regalata. La portavo spesso con me. Stava perfettamente in tasca. Era rosa perlata. Poco dopo sono passata alla fotografia analogica per poi non abbandonarla più.
In quanto artista, trovi delle somiglianze fra la pittura e la fotografia?
Certamente, io arrivo dalla pittura. La fotografia è arrivata dopo. Al liceo le ore con disegno dal vivo, con la modella/o erano quelle che preferivo. Durante il primo lockdown ho disegnato molto e fotografato poco.
Che cos’è per te la fotografia? È produzione creativa, arte, documentazione, narrazione, o altro?
Può essere quello che preferiamo. Si inzia per curiosità e se lo si continua, nel tempo, può diventare tutte queste cose. Ho iniziato fotografando me stessa e quello che mi circondava. Amiche, case, alberi, animali notturni, fiori, persone per stra- da, il mio ragazzo ed ho continuato a farlo.
Che ruolo ha, nel tuo processo creativo, la spontaneità?
La spontaneità ha un ruolo fondamentale in quello che faccio e nel come lo voglio fare. Ho un approccio istintivo e cerco di programmare il meno possibile. Ricordo di un ‘intervista di Moriyama dove diceva: “Take photographs—of anything and everything, whatever catches your eye. Don’t pause to think. That’s the advice I give people. Snapshot photography is all about capturing the natural movement and expression of whatever you are photograph- ing—the subject—in that particular moment.”
Quali sono le emozioni che ti ispirano di più? Perché?
Ci sono molte cose che mi ispirano, può essere un luogo che vedo per la prima volta, una città piena di gente o un luogo abbandonato, dipende sempre dalla luce. E il cinema.
La vulnerabilità è un tema ricorrente nei tuoi scatti. Secondo te, essa è una forza o una debolezza?
Intendi perché ci sono corpi nudi o seminudi? Credo che mettersi a nudo di fronte ad un obbiettivo sia una scelta anche di forza e di affermazione del proprio corpo.
Che significato ha, nei tuoi lavori, il corpo femminile?
È quello che conosco meglio e mi piace fotografarlo. Come diceva Laura Mulvey: “l’atto di riappropriarsi dell’obiettivo e di ridefinire lo sguardo femminile della donna nei confronti di un’altra donna è quindi più che mai un atto sovversivo, carico di implicazioni socio-politiche, ed è una delle più importanti rivoluzioni nel campo della fotografia di moda dell’ultimo decennio. Il female gaze è una riaffermazione della propria identità, di un’idea di bellezza diversa, meno artificiale, di una femminilità più complessa e sfaccettata e del diritto all’autorappresentazione del proprio corpo: insomma, una radicale ridefinizione del concetto stesso di desiderio”.
Quali nuovi progetti ci sono all’orizzonte per te?
Imparare a fare l’arrosto come lo fa mio padre!

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